I movimenti studenteschi, operai e sociali che nel ’68 attraversano l’intero Occidente posero all’ordine del giorno la contraddizione tra il modello di sviluppo capitalistico e la domanda di antiautoritarismo e di democrazia, nella fabbrica, nella scuola e nella società. Anche in Italia si aprirono questioni di antica data come il superamento delle gabbie salariali e la qualità del lavoro, la riforma delle istituzioni scolastiche, la tutela della salute di tutti i cittadini, la parità di genere, il diritto di famiglia, la libertà sessuale, ma anche la tutela del diritto internazionale e la fine del colonialismo. Bologna acquisì rapidamente la consapevolezza che la programmazione democratica sarebbe risultata fine a se stessa, se l’amministrazione comunale non avesse dato un maggiore impulso alla partecipazione dei cittadini alla crescita della città con la definizione del ruolo dei quartieri. La Giunta comunale e i partiti della sinistra riconobbero le istanze che partivano dalla mobilitazione di una nuova generazione di militanti e sostennero l’affermazione di questa impronta di modernità. L’esigenza di una più intensa partecipazione alla vita della città fu posta a fondamento della seconda fase del decentramento che attribuì ai quartieri nuove sedi e nuovi compiti, che concentrò la sua iniziativa sull’istituzione, sul rafforzamento e sulla gestione di servizi essenziali come la casa, la scuola, la sanità, le istituzioni culturali libere e rivolte alla società, lo sport. Il proposito di estendere la partecipazione diretta dei cittadini al governo della cosa pubblica non consisteva però né in una riedizione delle “consulte popolari” e neppure delle opzioni “comunitarie” coltivate dalle opposizioni. I poteri conferiti ai Consigli di quartiere rappresentarono un passo avanti nell’ambito della concezione dell’ente locale quale animatore e referente istituzionale principale di una “democrazia progressiva”.

W.T.