A partire dagli anni del secondo dopoguerra si affermò a Bologna il rapporto, tutt’ora esistente, tra progresso economico e sviluppo della democrazia. La presenza e l’intervento del Comune, che interpretò la propria azione come “elemento primario e insostituibile dell’articolazione democratica dello Stato”, assunsero iniziative capaci di anticipare il Governo del Paese nel promuovere innovazioni e riforme che riguardarono una programmazione democratica volta alla realizzazione di nuove politiche urbanistiche; interventi strutturali e l’istituzione di servizi indispensabili alla vita economica e sociale; la partecipazione effettiva dei cittadini alle politiche di sviluppo civile e culturale; il pieno riconoscimento dei diritti della persona; la salvaguardia dei diritti civili. La nuova leva di amministratori, ritenne di poter andare oltre una gestione dell’ente locale incardinata sul pareggio di bilancio, non in grado di misurarsi con l’esigenza di realizzare, attraverso un impegno politico rinnovato, una “città a misura d’uomo”. Nel 1956, entra nel Consiglio comunale di Bologna. Tre anni più tardi, viene nominato dal sindaco comunista Giuseppe Dozza assessore alle «istituzioni culturali», che guiderà fino al 1964, dando vita all’Istituto per la storia di Bologna e alla Cineteca. Dal 1965 è professore ordinario di Storia economica nell’ateneo bolognese.
Nel 1970 diventa sindaco della città e lo sarà fino al 1983. La sindacatura di Zangheri è contraddistinta da un progetto incentrato sullo sviluppo della “città dei servizi”. Nel 1975-76, sia a livello locale che nazionale, si arriva al maggior consenso elettorale per il Pci e la Bologna di Zangheri rappresenta un esempio luminoso di politiche urbane studiato a livello italiano e internazionale.
Pochi mesi dopo Bologna e la sua Università diventano uno dei fulcri del movimento del Settantasette. Agitazioni studentesche percorrono la città, si moltiplicano gli scontri con la polizia, l’11 marzo 1977 muore lo studente di Lotta continua Francesco Lorusso. Zangheri non sottovaluta il doloroso “strappo” prodottosi con gli ambienti giovanili più radicali e si adopera per ricomporlo aprendo la città, tra fine anni Settanta e primi anni Ottanta – attraverso concerti, rassegne e dibattiti – alle culture musicali e politiche, italiane ed europee, più alternative e anticonformiste.
Il 2 agosto 1980 la bomba alla stazione centrale di Bologna sconvolge il paese. Quattro giorni più tardi, il 6 agosto, si tengono i funerali delle vittime della strage. Nel suo discorso teso e commosso, Zangheri si erge a simbolo della difesa dell’Italia repubblicana in uno dei momenti più bui della vita democratica del paese.
Nel 1983 viene eletto in Parlamento, dove dal 1986 al 1990 è capogruppo comunista alla Camera. Rimane a Roma fino al 1992, quando, al termine della X legislatura, non si ricandida e lascia la politica attiva. L’anno precedente il Pci si era sciolto per dare vita al Partito democratico della Sinistra (Pds).
Zangheri si trasferisce a Imola, luogo simbolo dei movimenti di emancipazione popolare otto-novecenteschi. Qui torna a tempo pieno agli studi storici. Tra il 1991 e il 1994 ricopre la carica di rettore dell’Università di San Marino, dedicandosi con particolare attenzione all’organizzazione della Scuola superiore di studi storici. L’attività culturale di Zangheri prosegue fervidamente ancora nei primi anni Duemila.
Si spegne a Imola il 6 agosto 2015, lo stesso giorno nel quale 35 anni prima si erano celebrati i funerali delle vittime della strage alla stazione di Bologna.

W.T.