Nella primavera del 1970 fu allestita sotto le logge di Palazzo d’Accursio la mostra Bologna Centro Storico: fu un momento di incontro tra l’amministrazione e i cittadini e una tappa di riflessione tra il lavoro già concluso e quello ancora da venire. La accompagnava un nutrito catalogo, composto da numerosi studi storici e urbanistici, economici e sociologici, coordinati dall’assessore Pier Luigi Cervellati; in mostra, però, si scelse di esporre prevalentemente materiali visuali, puntando sulla loro efficacia comunicativa diretta. Sia sul piano degli studi preliminari sia su quello dell’estetica dei materiali esposti, la mostra risultò coraggiosamente dirompente. L’attenzione al centro storico costituiva di per sé un elemento di novità, in contrapposizione alla tendenza all’espansione e alla modernizzazione allora diffuse e perseguite anche a Bologna dalle amministrazioni precedenti. Il centro della città si proponeva come un elemento di contrasto al disorientamento prodotto dal decentramento e come il vertice di un equilibrio tra antico e moderno, da ricercarsi attraverso la contaminazione di politica e cultura.
La conservazione della città, estesa pionieristicamente anche alle aree non monumentali, veniva intesa in senso antispeculativo ed era orientata alla preservazione e alla rivitalizzazione delle forme architettoniche, in quanto favorevoli all’incontro e alla partecipazione attiva degli abitanti, nell’ottica di una città percepita come sempre più come “cosa pubblica”.
La parte della comunicazione ai cittadini fu affidata quasi esclusivamente a un censimento fotografico realizzato da Paolo Monti durante l’estate, in una Bologna liberata da ogni traccia di traffico.
Le fotografie costituirono i corrispettivi figurativi dell’intero lavoro teorico e programmatico. Le prospettive adottate, calibrate sull’occhio umano, ricostruivano un vagabondaggio meditato tra portici e piazze, privilegiando soggetti non monumentali e includendo i segni del popolare e del popolato, in una costante correlazione tra esterni e interni.
L’obiettivo di Monti non celava lo stato di conservazione delle architetture, ma nemmeno lo enfatizzava: pareti scrostate e portici fatiscenti si integravano come note stonate in immagini altrimenti armoniche, dando alle fotografie un carattere programmatico, suggerendo gli interventi necessari.
Le fotografie di Monti e il successo che ottennero sigillarono il contratto tra l’amministrazione e i cittadini bolognesi, che colsero il valore della storia della loro città e, al tempo stesso, la sua fragilità, in un continuo gioco tra antico e nuovo.

Elena Ramazza