Il Piano di salvaguardia del centro storico di Bologna, approvato dal Consiglio comunale il 21 giugno 1969 e reso esecutivo nel luglio del 1973, rappresenta uno degli episodi più significativi della cultura urbanistica italiana del secondo Novecento.
La vasta risonanza che esso ha suscitato, anche a livello internazionale, contribuendo a consolidarne l’immagine di modello esemplare, lo ha reso un riferimento duraturo, capace di incidere nel tempo sulle politiche urbane, sulle pratiche progettuali e sui dibattiti teorici ben oltre il contesto locale.
Questo innovativo strumento di pianificazione si inserisce nel più ampio dibattito nazionale sulla tutela dei centri storici, avviato negli anni Cinquanta e formalizzato con il Convegno di
Gubbio del 1960. L’esperienza bolognese, avviata fin dal 1962 da un gruppo di giovani architetti coordinati da Leonardo Benevolo con la consulenza di Antonio Cederna, introduce tuttavia un elemento di sostanziale novità: l’integrazione esplicita della dimensione sociale all’interno delle politiche di conservazione.
Salvaguardare il centro storico non significava soltanto proteggere il patrimonio edilizio, ma anche preservarne la funzione abitativa, contrastare l’espulsione dei ceti popolari e impedire la trasformazione della città storica in uno spazio esclusivamente terziario e borghese. In questo quadro, la pedonalizzazione di Piazza Maggiore nel 1968 assunse un valore al tempo stesso simbolico e operativo.
Restituire il cuore della città ai cittadini significava riaffermare la centralità dello spazio pubblico come luogo di incontro, partecipazione e pratica quotidiana della democrazia. A questa scelta seguirono rapidamente altre decisioni urbanistiche, strettamente connesse a un più ampio progetto politico e culturale fondato sul decentramento amministrativo, sull’istituzione dei
Consigli di quartiere e su una concezione della cultura come bene collettivo.
Tra queste va sottolineata l’importanza del PEEP (Piano per l’edilizia economica e popolare) del 1973, che per la prima volta estese gli strumenti dell’edilizia economica e popolare al centro storico, introducendo un elemento di netta discontinuità rispetto alle strategie urbane precedenti.
In tal modo, la conservazione assumeva esplicitamente una valenza politica e sociale. L’abitazione non veniva più concepita come merce regolata dal mercato, ma come servizio collettivo, mentre il risanamento conservativo individuava nella permanenza degli abitanti originari il proprio obiettivo prioritario.
In questo senso, il Piano di Bologna si poneva in netta controtendenza rispetto ai processi di espulsione e gentrificazione che hanno interessato numerosi centri storici europei, proponendo un modello alternativo di tutela urbana fondato sull’equità sociale e sul diritto alla città.
Francesco Ceccarelli


























