Lo sviluppo economico del NordEst non avvenne contemporaneamente a quello del “triangolo industriale storico” (Milano-Torino-Genova) a partire dalla fine dell’Ottocento, ma registrò un processo di incubazione lento nel corso della prima metà del Novecento, per sbocciare nei tre decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, con modalità sue proprie. Le imprese che lo caratterizzarono si distanziarono dall’industrializzazione “classica” sia per tipologia di prodotto sia per dimensione. In particolare, a Bologna si affermarono aziende specializzate in produzioni prevalentemente meccaniche, che emergevano dalla locale tradizione artigianale e dalla diffusa presenza di una preparazione tecnica di primo livello fornita soprattutto dall’Istituto Aldini Valeriani.
Questa combinazione incentivò la creatività di giovani provenienti da famiglie modeste ad incanalarsi verso l’invenzione di macchinari e pezzi di montaggio di macchine per ogni necessità: mezzi di trasporto, macchine per prodotti alimentari, macchine profilatrici, macchine utensili, macchine impacchettatrici. La loro caratteristica era la produzione personalizzata, con una dimensione qualitativa elevata.
Per questo motivo l’industria bolognese era nota come capace di “rifare le zampe ai moscerini”, per sottolineare la precisione con cui le aziende bolognesi lavoravano. L’apertura dei mercati nazionali e internazionali negli anni del miracolo economico sostenne la domanda e permise a molte delle aziende bolognesi già esistenti di consolidarsi e a molte nuove di venire in esistenza.
Tra il 1951 e il 1981 l’industria manifatturiera a Bologna più che raddoppiò i suoi addetti, mentre l’industria meccanica li quadruplicò. Secondo un recentissimo lavoro sul PIL pro capite provinciale, tra il 1951 e il 1991 Bologna ha sempre ecceduto i tassi di crescita nazionali, partendo da un livello relativo a Milano del 61% nel 1951 e arrivando ad uguagliare il PIL pro capite di Milano nel 1981.
Vera Negri Zamagni
