Bologna: Laboratorio della Nuova Sanità (1970-1983). Tra il 1970 e il 1985, Bologna non fu semplicemente una città che si adattava ai cambiamenti, ma un laboratorio d’avanguardia che anticipò e plasmò la riforma sanitaria italiana. In questi quindici anni, il capoluogo emiliano passò da un sistema sanitario frammentato basato sulle “mutue” alla realizzazione del diritto costituzionale alla salute. Già nei primi anni Settanta, l’amministrazione bolognese, guidata da una forte visione di welfare pubblico, iniziò a superare il vecchio sistema mutualistico, che garantiva cure diverse in base alla professione. Ancor prima della legge nazionale, a Bologna si sperimentarono i Consorzi Socio-Sanitari, embrioni delle future USL, puntando sulla definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui la salute non è solo assenza di malattia ma benessere psicofisico dell’individuo nella comunità. L’anno cruciale fu il 1978, con l’approvazione della Legge 833 che istituì il Servizio Sanitario Nazionale. Mentre molte città italiane faticavano ad applicare la norma, Bologna era già pronta e divenne un modello di efficienza delle Unità Sanitarie Locali. La sanità uscì dagli ospedali per entrare nei quartieri: nacquero i consultori familiari, i servizi per la salute mentale sulla scia della Legge Basaglia e i centri per la medicina del lavoro, fondamentali in una regione a forte vocazione manifatturiera. Parallelamente, il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi e l’Istituto Rizzoli consolidarono il loro prestigio internazionale. In questo periodo si rafforzò il legame tra assistenza e ricerca universitaria, rendendo Bologna un polo di attrazione per pazienti da tutta Italia per molte cure di alta specializzazione. Al termine di questo periodo, Bologna aveva completato la transizione: la salute era diventata un bene comune, gestito pubblicamente e garantito a tutti, definendo quel “modello emiliano” che avrebbe fatto scuola nei decenni successivi.
Francesco Violante
