Per il patrimonio verde di Bologna gli anni Settanta hanno rappresentato senza dubbio una stagione irripetibile, una vera e propria età dell’oro nella quale si è costruita gran parte della dotazione di aree verdi di cui la città ancora oggi beneficia. In particolare nella prima metà del decennio, l’incremento delle superfici verdi fu rapido e impressionante, segnando una svolta netta rispetto alla situazione precedente.
Fino ad allora, infatti, il verde urbano bolognese si fondava essenzialmente su alcuni grandi lasciti ottocenteschi – come la Montagnola di epoca napoleonica, i Giardini Margherita e San Michele in Bosco – oltre a poche piazze-giardino e ad alcuni interventi della prima metà del Novecento.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, nel complesso, la dotazione di verde pubblico non superava a fatica i 100 ettari, mentre nel 1981 si arrivò a 581 ettari, pari a circa metà dell’attuale patrimonio cittadino. È proprio negli anni Settanta che il verde entra con forza nella pianificazione urbanistica di Bologna, assumendo un ruolo strategico nell’accompagnare l’espansione della città attraverso la realizzazione di grandi parchi urbani e, soprattutto, grazie alla scelta lungimirante di tutelare l’intero territorio collinare.
Una decisione che pose un argine alle disordinate aggressioni edilizie del secondo dopoguerra e che si fondava su una visione innovativa: le colline come spazio di tempo libero per i cittadini, ma anche come luogo di equilibrio tra attività agricole e aree a maggiore naturalità, in un’ottica che superava i confini comunali. Un’impostazione che anticipava temi ecologici destinati a emergere pienamente solo nel decennio successivo.
Non a caso, la prima grande realizzazione comunale in ambito collinare fu il Parco agricolo naturale dei Prati di Mugnano, esteso su 111 ettari e situato nel territorio di Sasso Marconi, frutto di particolari vicende legate alla disgregazione di una grande proprietà fondiaria. Tra il 1972 e il 1976 vennero inoltre acquisiti e aperti al pubblico numerosi parchi: Villa Ghigi, destinato a diventare negli anni un punto di riferimento nazionale per l’educazione ambientale; il Paleotto, Cavaioni, i Calanchi di Sabbiuno con il loro forte valore memoriale, Monte Paderno, Villa Spada – unico esempio di giardino all’italiana nel verde bolognese – e Forte Bandiera. A questa dotazione si aggiungerà più tardi il Parco San Pellegrino, acquisito negli anni Ottanta.
Si trattò dunque di una stagione di grande coraggio progettuale e di intensa operatività, che tuttavia dovette confrontarsi con profondi mutamenti economici e sociali: la quasi totale scomparsa dell’agricoltura collinare e la progressiva privatizzazione della viabilità minore hanno infatti reso solo parzialmente realizzabile il sogno, affacciatosi nei primi anni Ottanta, di una rete continua di percorsi pedonali capace di attraversare l’intero sistema collinare bolognese.

Mino Petazzini