La solidarietà internazionale
Amilcar Cabral, segretario e fondatore del Partito africano per l’indipendenza della Guinea Bissau e del Capo Verde, è assassinato il 20 gennaio 1973 a Conakry nella parte libera del Paese, pochi mesi prima che venisse proclamato Stato indipendente e sovrano dall’occupazione portoghese, che Cabral aveva precedentemente annunciato all’assemblea delle Nazioni Unite.
Il Consiglio comunale di Bologna esprime dolore e ferma condanna per il “brutale” assassinio e contro il colonialismo in Africa.
Il 13 luglio 1973 il Comune istituisce il Centro studi, iniziative e informazioni intitolato a suo nome per contribuire allo studio e alla conoscenza dei Paesi in lotta per l’emancipazione nazionale e di quelli di recente indipendenza, aperto a tutti per aiutare e conoscere le realtà dei Paesi del terzo mondo. Il centro ha sede nel Quartiere Galvani, al Baraccano, in via Santo Stefano 119 a cui è associata una sezione di pubblica lettura a disposizione degli studenti stranieri che vivono in città per approfondimenti e ricerca.
Il sindaco Renato Zangheri dichiara che il Centro è un atto concreto della solidarietà e dell’impegno sostenuti nel sostegno ai popoli che lottano per la libertà contro il colonialismo.
Paola Furlan
Il Cassero di Porta Saragozza
Nel ’77 nasce a Bologna il Collettivo Frocialista, nuova presenza nel panorama cittadino nel contesto dell’ormai ampio movimento internazionale, emerso con la prima rivolta delle persone gay, lesbiche e trans avvenuta a New York il 28 giugno 1969. Richiamandosi a quella storica data, il Collettivo, che già aveva dato vita a numerose attività, assume nel 1979 il nome di Circolo culturale XXVIII giugno. S’impone così la questione del riconoscimento pubblico di un’altra differente soggettività: le iniziative si moltiplicano e, per il 28 giugno 1980, durante le Giornate dell’orgoglio omosessuale, Bologna ospita un corteo che attraversa la città. Durante la stessa giornata una delegazione viene ricevuta dal Sindaco Zangheri e inizia l’interlocuzione con l’amministrazione in nome della piena cittadinanza delle persone omosessuali. Tra le richieste vi è la sede per dare vita a un centro polivalente di servizi, con opportunità di intrattenimento e cultura. È il primo passaggio di un percorso complesso. L’atteggiamento positivo del Sindaco e dell’amministrazione si scontra con l’individuazione di questo specifico spazio, la resistenza degli organi ecclesiastici e dell’opinione pubblica benpensante. Al centro delle polemiche vi è la scelta della Giunta di assegnare al Circolo il Cassero di Porta Saragozza, tappa della processione per la discesa in città della Madonna di S. Luca. L’opposizione è agguerrita, ma l’interlocuzione prosegue attraverso incontri, manifestazioni, raccolte di firme, il coinvolgimento della società civile democratica. Il Cassero diviene un simbolo per una città che vuole praticare il diritto all’uguaglianza di tutti coloro che la vivono e dare spazio all’espressione di soggettività differenti.
Nel 1982, con un definitivo atto amministrativo, viene confermata l’assegnazione al Circolo culturale XVIII giugno del Cassero di Porta Saragozza, davanti al quale sfilerà la parata del 28 giugno di quell’anno: è il primo spazio pubblico assegnato in Italia a un’associazione omosessuale.
Eloisa Betti e Elda Guerra
’77, Movimento femminista, Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne
Sullo sfondo della contestazione in corso, gruppi e collettivi si ritrovano al Goliardo, un ex-bar della zona universitaria. Da lì, in occasione dell’Otto marzo, parte un corteo per occupare uno spazio e realizzare, come stava avvenendo in altre città, un luogo autonomo delle donne.
Il percorso è bruscamente interrotto: il corteo viene bloccato dalla polizia, una delle protagoniste picchiata, la manifestazione dispersa. Alla sera, tensioni e candelotti lacrimogeni segnano la manifestazione convocata dall’Udi in piazza Maggiore. Dopo l’11 marzo, nella repressione generale, anche il Goliardo viene murato.
Il trauma non segna, tuttavia, la fine del movimento: alcune esperienze continuano, altre iniziano. Tra queste, un gruppo – definito da Raffaella Lamberti – di «autocoscienza intellettuale», che pone al centro il tema dell’individualità femminile.
Allargatosi successivamente, con donne provenienti dal femminismo sindacale o impegnate nei nascenti women’s studies, il gruppo riprende il progetto di creazione di uno spazio pubblico, luogo insieme di iniziativa politica, ricerca culturale, sedimentazione documentaria: un’istituzione sessuata e capace di durare nel tempo. Intanto, nel clima post-’77 e nel quadro della scelta di allargare gli strumenti di partecipazione e consentire l’espressione di voci non organizzate, l’amministrazione guidata da Renato Zangheri affida ad Aureliana Alberici la redazione del Piano giovani. In esso viene prevista la realizzazione di un Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne.
In un rapporto originale tra soggettività emergenti, con la loro autonomia, e istituzioni locali viene elaborato dal gruppo già esistente il progetto, Percorsi dell’identità femminile, che ne definisce fisionomia e programma. Il Centro viene aperto nel 1982 nella sede di Via Galliera 4 e il modello di gestione è sancito nel 1983 dalla convenzione tra il Comune e il gruppo che l’aveva proposto, divenuto frattanto Associazione Orlando.
Eloisa Betti e Elda Guerra
Movimenti delle donne, soggettività differenti, politiche amministrative
Negli anni Settanta irrompono sulla scena movimenti espressione di differenti soggettività, ricerca di libertà e autodeterminazione. Oltre alla storica associazione Unione Donne Italiane (UDI), particolarmente radicata sul territorio bolognese, emergono i primi collettivi femministi e sempre più risonanti si fanno le manifestazioni per l’aborto e contro la violenza sessuale.
L’UDI è contaminata dalla nuova soggettività femminile, organizza e partecipa ai cortei che sfilano per le vie cittadine e si fa promotrice, nel 1979 assieme a gruppi e collettivi femministi, della raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che riconosca la violenza sessuale come reato contro la persona.
Gli effetti indotti dall’ampliamento e dal radicalismo dei movimenti delle donne accelerano percorsi istituzionali in atto da tempo: il divorzio viene sancito definitivamente con il Referendum del 1974, mentre si sviluppa il dibattito parlamentare intorno alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, che sarà varata nel 1978 e, confermata, dopo una grande campagna, dal Referendum del 1981. Nel 1975 vengono approvate la legge di istituzione dei consultori familiari e la riforma del diritto di famiglia che stabilisce la parità tra i coniugi. Queste leggi vedono un’attivazione importante delle donne sul territorio bolognese per l’approvazione e l’applicazione dei due provvedimenti; in quella mobilitazione Diana Franceschi, all’epoca Segretaria dell’UDI, ricopre un ruolo chiave.
Gli echi del protagonismo femminile raggiungono anche il piano della rappresentanza: se le elezioni amministrative del 1975 a Bologna non segnano un significativo aumento delle consigliere, tuttavia, entrano in Giunta Aureliana Alberici con la delega all’Istruzione e Diana Franceschi, a cui venne affidato il nuovo Assessorato ai problemi femminili. Pur non essendo una novità assoluta – un Assessorato alle donne era stato presente dal 1956 al 1960 – esso costituisce un sintomo dei tempi mutati. Tra le sue iniziative più significative vi è il Convegno nazionale sul nuovo diritto di famiglia del gennaio 1977.
Eloisa Betti e Elda Guerra
Interventi del Comune a favore dei giovani
All’inizio del 1980 gli orizzonti del Piano giovani risultavano ampliati e comprendevano: l’esperienza di alternanza studio-lavoro e di lavoro estivo per gli studenti, a partire dagli istituti medi comunali; l’ampliamento degli spazi per la socializzazione dei giovani nei quartieri; gli interventi sul disagio e le attività per il recupero dei tossicodipendenti.
Si attuarono, inoltre, due proposte importanti: il Centro di divulgazione naturalistica di Villa Ghigi, il cui primo presidente fu Delfino Insolera, e il Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne. Poi venne Ritmicità “I giovani, la città, la musica”, quattro sere in Piazza Maggiore con le quali il Comune offrì un prestigioso palcoscenico a gruppi come i Gaznevada e gli Skiantos. La rassegna si concluse il 1° giugno 1980 con il concerto dei Clash, la band di maggior successo della scena punk londinese.
Il primo anniversario della strage del 2 agosto 1980 venne ricordato con l’iniziativa Stop terror now, quattro giorni di incontri e manifestazioni rivolti ai giovani d’Europa. Fu in questo ambito che, la sera del 31 luglio 1981, Carmelo Bene recitò Dante dal balcone della Torre Asinelli. Ci furono molte polemiche, alle quali Renato Zangheri rispose con un bellissimo articolo su Rinascita. Nel giugno 1982 il Piano diventò Progetto giovani, per sottolineare il suo carattere sperimentale che, in caso in esiti positivi, doveva dare luogo ad attività ordinarie del Comune.
Tra gli interventi principali si ricordano: 800 giovani lavoratori trimestrali assunti in Comune, per corrispondere alla nuova domanda di lavoro a tempo parziale; le Botteghe di transizione, spazi per giovani imprese nel campo dell’artigianato artistico; il potenziamento dei Centri giovanili, sia a gestione diretta che in convenzione, insieme agli spazi per i gruppi musicali; il Centro di documentazione sulla poesia, in collaborazione con la cooperativa Dispacci di Roberto Roversi; le conferenze di divulgazione artistica di Eugenio Riccomini.
Nell’ottobre 1985, durante l’anno internazionale della gioventù, venne organizzato il convegno su Le forme istituzionali di una politica per i giovani. Esperienze in Italia e in Europa. Le due proposte fondamentali avanzate in quell’occasione, la costituzione di un Forum nazionale della gioventù e di un Dipartimento per le politiche giovanili presso la Presidenza del Consiglio, sono diventate realtà, anche se con molti anni di ritardo.
Walter Vitali
Un intellettuale e il suo sindaco
Il rapporto tra Renato Zangheri e Roberto Roversi si colloca nel cuore della cultura politica e intellettuale bolognese del secondo Novecento e si fonda su una consonanza profonda di valori, più che su una collaborazione diretta e continuativa. Zangheri, storico marxista e sindaco di Bologna dal 1970 al 1983, incarnò l’idea di un’amministrazione comunale come progetto culturale complessivo: la città come spazio di produzione di sapere, di partecipazione democratica e di tutela della memoria storica. In questo senso, la sua visione trovava una naturale affinità con Roversi, poeta radicalmente indipendente, refrattario alle istituzioni ma fortemente impegnato in una critica etica e politica della modernità, del consumismo e dell’omologazione culturale.
Il legame tra i due non fu mai di tipo organico o istituzionale. Roversi mantenne sempre una distanza critica dal potere, anche quando questo si presentava nella forma colta e progressista del “comunismo municipale” bolognese. Tuttavia, la stagione amministrativa di Zangheri creò un contesto favorevole alla libertà intellettuale, alla centralità della cultura e al riconoscimento del ruolo degli intellettuali non allineati. In questo clima, la voce di Roversi poté risuonare come coscienza critica della città, pur restando esterna alle sue strutture decisionali.
Il rapporto può dunque essere letto come una dialettica feconda: da un lato Zangheri, rappresentante di un’istituzione che vedeva nella cultura uno strumento di emancipazione collettiva; dall’altro Roversi, interprete di una tensione morale intransigente, capace di interrogare anche quella stessa istituzione. Più che un rapporto personale, il loro fu un incontro ideale all’interno di una Bologna che, in quegli anni, seppe essere laboratorio politico e capitale culturale, attraversata da voci diverse ma unite da un comune orizzonte civile.
In questo senso si possono ricordare diverse collaborazioni tra i due, ma crediamo sia più interessante riportare la testimonianza del momento che li vide più lontani: quello successivo alla morte di Francesco Lorusso e ai fatti di Bologna del marzo 1977. Furono episodi che toccarono molto la sensibilità di Roversi, che da poeta civile prese lo spunto per comporre il suo straordinario Libro paradiso, ma che da intellettuale ebbe molte critiche per come l’amministrazione cittadina gestì quel moto studentesco.
Rimane testimonianza attraverso lo scambio di articoli – botta e risposta – che nell’aprile e poi nel luglio di quell’anno i due pubblicarono su l’Unità.
Antonio Bagnoli
Il Settantasette
Alle elezioni amministrative del 1975 la lista Due Torri, di comunisti e indipendenti, ottenne la maggioranza assoluta, 31 consiglieri su 60. Un successo dovuto ai brillanti risultati dell’amministrazione guidata da Renato Zangheri e anche al voto giovanile, per la prima volta esteso ai diciottenni. Ciò si ripeté anche alle elezioni politiche del 1976, che diedero inizio alla stagione della solidarietà nazionale, con governi guidati dalla DC e appoggiati dagli altri partiti, PCI compreso. Proprio allora, scoppiò il movimento del Settantasette, che ruppe in modo totale con il PCI e non solo per la sua politica nazionale. Nella sua componente creativa, il movimento dell’Università bolognese anticipava un processo di trasformazione verso la società postindustriale e dei servizi che era appena agli inizi.
Nacque Radio Alice, mentre la rivista A/Traverso si occupava del rapporto tra arte e vita quotidiana. Il movimento portava una forte critica al Partito Comunista per la sua politica di compromesso storico e per la sua presunta incapacità di coniugare una politica di compatibilità tra attività produttiva, industria e società.
Una delle incomprensioni maggiori si manifestò con il piano di edilizia universitaria del Comune, presentato proprio quell’anno, il quale, in nome della programmazione delle sedi, prevedeva un contenimento dell’Università con un massimo di 25-30.000 studenti, quando erano già 50.000.
Bisognava guardare oltre le manifestazioni di violenza, di terrorismo e di autentica guerra civile che si sprigionarono in quei giorni, condannandole fermamente ma cercando di separarle dalle ragioni della protesta dei giovani. Renato Zangheri lo fece, quando, nel PCI di allora, non furono in molti a farlo. Lo fece organizzando l’accoglienza del Comune ai giovani convenuti a Bologna nel settembre 1977, dove, come disse, “non hanno trovato repressione, ma ospitalità”. Lo fece con il rapido abbandono, l’anno successivo, del piano di contenimento dello sviluppo universitario, chiedendo al governo i finanziamenti per “dotare l’Università delle strutture necessarie”. E lo fece con gli interventi del Comune nei confronti dei giovani della fine degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta.
Walter Vitali
La solidarietà internazionale
Amilcar Cabral, segretario e fondatore del Partito africano per l’indipendenza della Guinea Bissau e del Capo Verde, è assassinato il 20 gennaio 1973 a Conakry nella parte libera del Paese, pochi mesi prima che venisse proclamato Stato indipendente e sovrano dall’occupazione portoghese, che Cabral aveva precedentemente annunciato all’assemblea delle Nazioni Unite.
Il Consiglio comunale di Bologna esprime dolore e ferma condanna per il “brutale” assassinio e contro il colonialismo in Africa.
Il 13 luglio 1973 il Comune istituisce il Centro studi, iniziative e informazioni intitolato a suo nome per contribuire allo studio e alla conoscenza dei Paesi in lotta per l’emancipazione nazionale e di quelli di recente indipendenza, aperto a tutti per aiutare e conoscere le realtà dei Paesi del terzo mondo. Il centro ha sede nel Quartiere Galvani, al Baraccano, in via Santo Stefano 119 a cui è associata una sezione di pubblica lettura a disposizione degli studenti stranieri che vivono in città per approfondimenti e ricerca.
Il sindaco Renato Zangheri dichiara che il Centro è un atto concreto della solidarietà e dell’impegno sostenuti nel sostegno ai popoli che lottano per la libertà contro il colonialismo.
Paola Furlan
Cassero di Porta Saragozza
Nel ’77 nasce a Bologna il Collettivo Frocialista, nuova presenza nel panorama cittadino nel contesto dell’ormai ampio movimento internazionale, emerso con la prima rivolta delle persone gay, lesbiche e trans avvenuta a New York il 28 giugno 1969. Richiamandosi a quella storica data, il Collettivo, che già aveva dato vita a numerose attività, assume nel 1979 il nome di Circolo culturale XXVIII giugno.
S’impone così la questione del riconoscimento pubblico di un’altra differente soggettività: le iniziative si moltiplicano e, per il 28 giugno 1980, durante le Giornate dell’orgoglio omosessuale, Bologna ospita
un corteo che attraversa la città. Durante la stessa giornata una delegazione viene ricevuta dal Sindaco Zangheri e inizia l’interlocuzione con l’amministrazione in nome della piena cittadinanza delle persone omosessuali. Tra le richieste vi è la sede per dare vita a un centro polivalente di servizi, con opportunità di intrattenimento e cultura. È il primo passaggio di un percorso complesso. L’atteggiamento positivo del Sindaco e dell’amministrazione si scontra con l’individuazione di questo specifico spazio, la resistenza degli organi ecclesiastici e dell’opinione pubblica benpensante. Al centro delle polemiche vi è la scelta della Giunta di assegnare al Circolo il Cassero di Porta Saragozza, tappa della processione per la discesa in città della Madonna di S. Luca. L’opposizione è agguerrita, ma l’interlocuzione prosegue attraverso incontri, manifestazioni, raccolte di firme, il coinvolgimento della società civile democratica. Il Cassero diviene un simbolo per una città che vuole praticare il diritto all’uguaglianza di tutti coloro che la vivono e dare spazio all’espressione di soggettività differenti.
Nel 1982, con un definitivo atto amministrativo, viene confermata l’assegnazione al Circolo culturale XVIII giugno del Cassero di Porta Saragozza, davanti al quale sfilerà la parata del 28 giugno di quell’anno: è il primo spazio pubblico assegnato in Italia a un’associazione omosessuale.
Eloisa Betti e Elda Guerra
’77, Movimento femminista, Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne
Sullo sfondo della contestazione in corso, gruppi e collettivi si ritrovano al Goliardo, un ex-bar della zona universitaria. Da lì, in occasione dell’Otto marzo, parte un corteo per occupare uno spazio e realizzare, come stava avvenendo in altre città, un luogo autonomo delle donne.
Il percorso è bruscamente interrotto: il corteo viene bloccato dalla polizia, una delle protagoniste picchiata, la manifestazione dispersa. Alla sera, tensioni e candelotti lacrimogeni segnano la manifestazione convocata dall’Udi in piazza Maggiore.
Dopo l’11 marzo, nella repressione generale, anche il Goliardo viene murato.
Il trauma non segna, tuttavia, la fine del movimento: alcune esperienze continuano, altre iniziano. Tra queste, un gruppo – definito da Raffaella Lamberti – di «autocoscienza intellettuale», che pone al centro il tema dell’individualità femminile.
Allargatosi successivamente, con donne provenienti dal femminismo sindacale o impegnate nei nascenti women’s studies, il gruppo riprende il progetto di creazione di uno spazio pubblico, luogo insieme di iniziativa politica, ricerca culturale, sedimentazione documentaria: un’istituzione sessuata e capace di durare nel tempo. Intanto, nel clima post-’77 e nel quadro della scelta di allargare gli strumenti di partecipazione e consentire l’espressione di voci non organizzate, l’amministrazione guidata da Renato Zangheri affida ad Aureliana Alberici la redazione del Piano giovani. In esso viene
prevista la realizzazione di un Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne.
In un rapporto originale tra soggettività emergenti, con la loro autonomia, e istituzioni locali viene elaborato dal gruppo già esistente il progetto, Percorsi dell’identità femminile, che ne definisce fisionomia e programma. Il Centro viene aperto nel 1982 nella sede di Via Galliera 4 e il modello di gestione è sancito nel 1983 dalla convenzione tra il Comune e il gruppo che l’aveva proposto, divenuto frattanto Associazione Orlando.
Eloisa Betti e Elda Guerra










