Il rapporto tra Renato Zangheri e Roberto Roversi si colloca nel cuore della cultura politica e intellettuale bolognese del secondo Novecento e si fonda su una consonanza profonda di valori, più che su una collaborazione diretta e continuativa. Zangheri, storico marxista e sindaco di Bologna dal 1970 al 1983, incarnò l’idea di un’amministrazione comunale come progetto culturale complessivo: la città come spazio di produzione di sapere, di partecipazione democratica e di tutela della memoria storica. In questo senso, la sua visione trovava una naturale affinità con Roversi, poeta radicalmente indipendente, refrattario alle istituzioni ma fortemente impegnato in una critica etica e politica della modernità, del consumismo e dell’omologazione culturale.
Il legame tra i due non fu mai di tipo organico o istituzionale. Roversi mantenne sempre una distanza critica dal potere, anche quando questo si presentava nella forma colta e progressista del “comunismo municipale” bolognese. Tuttavia, la stagione amministrativa di Zangheri creò un contesto favorevole alla libertà intellettuale, alla centralità della cultura e al riconoscimento del ruolo degli intellettuali non allineati. In questo clima, la voce di Roversi poté risuonare come coscienza critica della città, pur restando esterna alle sue strutture decisionali.
Il rapporto può dunque essere letto come una dialettica feconda: da un lato Zangheri, rappresentante di un’istituzione che vedeva nella cultura uno strumento di emancipazione collettiva; dall’altro Roversi, interprete di una tensione morale intransigente, capace di interrogare anche quella stessa istituzione. Più che un rapporto personale, il loro fu un incontro ideale all’interno di una Bologna che, in quegli anni, seppe essere laboratorio politico e capitale culturale, attraversata da voci diverse ma unite da un comune orizzonte civile.
In questo senso si possono ricordare diverse collaborazioni tra i due, ma crediamo sia più interessante riportare la testimonianza del momento che li vide più lontani: quello successivo alla morte di Francesco Lorusso e ai fatti di Bologna del marzo 1977.  Furono episodi che toccarono molto la sensibilità di Roversi, che da poeta civile prese lo spunto per comporre il suo straordinario Libro paradiso, ma che da intellettuale ebbe molte critiche per come l’amministrazione cittadina gestì quel moto studentesco.
Rimane testimonianza attraverso lo scambio di articoli – botta e risposta – che nell’aprile e poi nel luglio di quell’anno i due pubblicarono su l’Unità.

Antonio Bagnoli