Sullo sfondo della contestazione in corso, gruppi e collettivi si ritrovano al Goliardo, un ex-bar della zona universitaria. Da lì, in occasione dell’Otto marzo, parte un corteo per occupare uno spazio e realizzare, come stava avvenendo in altre città, un luogo autonomo delle donne.
Il percorso è bruscamente interrotto: il corteo viene bloccato dalla polizia, una delle protagoniste picchiata, la manifestazione dispersa. Alla sera, tensioni e candelotti lacrimogeni segnano la manifestazione convocata dall’Udi in piazza Maggiore.
Dopo l’11 marzo, nella repressione generale, anche il Goliardo viene murato.
Il trauma non segna, tuttavia, la fine del movimento: alcune esperienze continuano, altre iniziano. Tra queste, un gruppo – definito da Raffaella Lamberti – di «autocoscienza intellettuale», che pone al centro il tema dell’individualità femminile.
Allargatosi successivamente, con donne provenienti dal femminismo sindacale o impegnate nei nascenti women’s studies, il gruppo riprende il progetto di creazione di uno spazio pubblico, luogo insieme di iniziativa politica, ricerca culturale, sedimentazione documentaria: un’istituzione sessuata e capace di durare nel tempo. Intanto, nel clima post-’77 e nel quadro della scelta di allargare gli strumenti di partecipazione e consentire l’espressione di voci non organizzate, l’amministrazione guidata da Renato Zangheri affida ad Aureliana Alberici la redazione del Piano giovani. In esso viene
prevista la realizzazione di un Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne.
In un rapporto originale tra soggettività emergenti, con la loro autonomia, e istituzioni locali viene elaborato dal gruppo già esistente il progetto, Percorsi dell’identità femminile, che ne definisce fisionomia e programma. Il Centro viene aperto nel 1982 nella sede di Via Galliera 4 e il modello di gestione è sancito nel 1983 dalla convenzione tra il Comune e il gruppo che l’aveva proposto, divenuto frattanto Associazione Orlando.
Eloisa Betti e Elda Guerra

